“Fa più male l’indifferenza, che il disprezzo” Non sempre però…

Mi domandavo, iniziando a scrivere questo articolo, quale fosse il motivo per cui i pensieri mi vengano sempre in mente nel cuore della notte. Non ho trovato una risposta, ma dal momento che mi tocca restare sveglia ancora qualche ora in ufficio (una volta per tutte, lavoro in un call center) eccomi qui, foglio di word e tastiera, a scrivere.

Questa notte vi racconto di come non sempre l’indifferenza sia la migliore delle armi, vi racconto della mancanza di educazione, della frustrazione che prova la gente quando l’unico modo che ha per sentirsi bene è farsi beffa degli altri.

Vi racconto della miseria umana che spacciate per figaggine sui social network. Vi racconto di come sia brutto subire in silenzio per mesi offese di qualunque genere nell’indifferenza generale.

Vi racconto di gente che per racimolare 3 retwitt e 10 stelline viola tutte le “regole del gioco”.

Perché è facile fare i gradassi dietro una tastiera. Talmente facile che potrei raccontare la pena che provo per certa gente che ha una vita di merda per sua stessa ammissione, di gente cresciuta a pane e soldi, ma che non conosce il calore di un abbraccio, di una famiglia.

Talmente facile che mi viene da vomitare per aver anche solo pensato di scendere così in basso.

Se non sapete di cosa parlo, non importa. Se lo sapete allora capirete che si può essere ignoranti e si può scegliere di ignorare. E quest’ultima opzione non comporta il non aver una dignità o un amor proprio tali da non difendersi, ma esattamente l’opposto.

Non so cosa ho fatto per essere odiata così tanto. Forse, come dice Lady Zeta in un suo famoso tweet, il motivo per cui vengo presa di mira è perché non mi sono mai piegata o inchinata di fronte a nessuno. Ho aperto un account più di 5 anni fa ormai solo per sfuggire a parenti ed amici che ogni 2 parole su Facebook mi telefonavano per sapere come stavo. Pensavo che Twitter, con la sua funzione di microblogging, mi avrebbe aiutato a fuggire da loro. Non volevo diventare “famosa” ( e infatti), non volevo trovare l’amore della mia vita ( e infatti 2) e non volevo che la gente mi rompesse il cazzo ( e infatti, AH NO!).

Non chiedo io alle persone di seguirmi, non chiedo loro di dirmi che sono bella ( tanto più che non ho mai detto di esserlo), non ho nessun disagio fuori e se domani decidessi di chiudere l’account continuerebbe comunque la mia vita, come sempre, come in questi anni.

Non ho chiesto a nessuno di essere quella che sono, mi sono sempre scusata per essere così come sono, nel bene e nel male. Ma questo non deve permettere a nessuno di mancarmi di rispetto. Questo non autorizza nessuno a trattarmi come fate.

Non so a cosa debba portare tutto questo.

Devo chiudere i miei account? Devo andare via?

Beh, sapete cosa vi dico? STOCAZZO!

Nessuno e ripeto N E S S U N O ha il diritto di privare un essere umano della sua LIBERTA’. E a NESSUNO darò il potere di limitare la mia.

Rubatemi le foto, offendetemi, continuate pure a parlare di me (qualcuno diceva “purché se ne parli”), non priverete me del mio sorriso, non mi farete andare via, ma voi siete sicuri che poi vi sentirete più leggeri?!

Con tanto affetto

Cucciola di Cobra

IMG_20150721_203411

Annunci

Dico tutto, in silenzio.

Stasera ho voglia di scrivere.

 

E’ proprio quella voglia delle grandi occasioni, quella che tiri fuori il pc, metti gli occhiali, musica strappalacrime e sigarette. Manca l’alcool, ma ci pensano già i pensieri ad ubriacarmi in questa notte…

 

Prima di iniziare a scrivere fissavo questo foglio bianco e le parole sparpagliate nella mia testa. Non ho niente da scrivere davvero o forse vorrei tirare fuori tutto. E poi penso che a volte sia proprio il silenzio a dire tutto.

 

E così fermo la musica. Silenzio. E sento solo i tasti battere, veloci. Il loro suono, che sembra di essere in uno di quegli studi con la dattilografa impazzita che cerca di riportare in fretta tutto quello che le viene detto.

 

Io che in silenzio non so starci neppure quando dormo. Io che per paura di (re)stare sola ho imparato anche a parlare con i muri. E cazzo quanto parlo!

 

Invece stasera no. Non ho niente da dire, ma lo dico lo stesso.

 

Ché troppe volte lascio che le parole muoiano in gola. Perché troppe volte sto zitta per paura di non dire la cosa giusta, perché troppe volte mi tengo tutto dentro e sapeste che film che vengono fuori.

 

Le parole che non ti ho detto, quelle che vorrei dirti, quelle che mi vergogno, abbasso gli occhi e sorrido, ma tu che sai leggermi già lo vedi che sto piangendo.

 

E fanculo tutto! Piango. Piango perché è l’unico modo che conosco per tirare fuori le mie emozioni, la rabbia, la tristezza…

 

Che poi, un giorno, la tristezza l’ho incontrata. E non faceva paura. Aveva un volto di donna. Portava sulle spalle il suo bambino e tra le mani un bastone. Come a volerlo difendere. Come a volersi difendere. Da tutto, da tutti, da se stessa. Ho piantato la tristezza in un angolo buio della mia mente. Che i semi, si sa, vanno custoditi al buio. E così ora coltivo la mia pianta della tristezza. E doveste vedere com’è bella e rigogliosa e verde e che foglie grandi che ha. No, decisamente la tristezza non fa paura.

 

E allora piango, per innaffiare le emozioni, piango per imparare a coltivare il mio dolore. Che poi magari germoglia pure lui. E domani diventa una pianta bella e forte. Che poi magari la guardo e mi torna pure la voglia di sorridere. Magari. Domani. Questa sera proprio no.

 

E così continuo a scrivere pur sapendo che non ho niente da dire.

 

Ma le mani su questa tastiera vagano impazzite, come mine, la voglia di esplodere.

 

Vorrebbero parlare di te, a te. Vorrebbero. E invece lascio vincere il silenzio.

 

Ho riacceso la musica. Ho asciugato l’ultima lacrima.

 

“Le cose migliori si dicono quando non diciamo niente”

“UNA DI QUELLE MIE STORIE”

Pensavo che questa sezione rimanesse inutilizzata. E invece, oggi ho l’onore (e l’onere) di ospitare Alina Cappa @alinacappa.

A tutti voi che le dedicherete qualche minuto… Grazie.

Vostra

Cucciola

 

Io sono quella che ogni tanto racconta storie.

Oggi però la mia storia sembra proprio una favola, a lieto… si spera “non fine”. Parla anche di me, come sempre, perché non riesco ad inventare, sono capace solo di dare un colore diverso alle cose. Ma non parla solo di me: è un ricordo pieno di persone, una in particolare: Anna. Nasceva come un ricordo malinconico, quindi non volevo condividerlo con tutti, gelosa come sono dei miei sentimenti. Poi però il finale ha reso tutto bello; allora ho pensato fosse carino condividerlo, senza voler dare lezioni a nessuno ma con la speranza che ci si convinca che le cose belle accadono, ogni tanto e nonostante le premesse.

Mi sono svegliata all’alba, avendo dimenticato aperta la finestra della camera ed il sole è entrato con prepotenza; un raggio diretto sul mio cuscino. Ho capito che stava arrivando la primavera. E subito dopo, il ricordo; il ricordo di primavera. E mi sono ritrovata a scrivere, di getto. E quando scrivo vado a capo e riprendo con tante “e” perché alle regole di grammatica preferisco delle congiunzioni anarchiche.

E ho scritto:

<<Per tanti anni avevo messo da parte un ricordo e sarò sincera, solo per distrazione, non per arginare un dolore. E’ il ricordo di una compagna di classe; siamo state sedute allo stesso banco per 3 annie dopo 3 anni dall’esame di maturità lei non c’era più.

Ho ritrovato altre compagne grazie a Facebook e questo ha fatto riemergere il ricordo.

Da allora, quando sta per arrivare la primavera mi viene in mente la mia frase “resterà sempre il primo giorno di primavera” perché se ne andò il 21 marzo, poco più che ventenne. E io mi sento in colpa per averlo dimenticato per tanti anni, come per non essermi mai accorta che quel male interiore la corrodeva già dai giorni in cui io mi limitavo ad aver paura per un compito in classe o un amore non corrisposto.

Non credo in Dio né alla vita eterna. Ma credo nei ricordi… oggi mi sono svegliata così, pensando a lei, a quell’albero che ha deciso di non fiorire, di non essere un’altra primavera. >>

Non so bene che giro abbiano fatto le mie parole; so solo che, dopo poco più di un’ora (e poco più di 20 anni) queste parole sono arrivate alla sorella di Anna, mai rivista dal giorno del  funerale.

Pare che le abbiano fatto bene; almeno così mi ha detto.

 E la mia storia (o fiaba) finisce così.

 

Perché parlo sempre di Twitter.

Riflettevo su questo qualche giorno fa. Uno apre un blog per parlare di sé e poi si ritrova a raccontarsi attraverso gli aneddoti di un Social.

Già, perché il suddetto Social è stato per mesi un po’ la mia casa, un po’ il mio rifugio e un po’ anche la mia prigione.

Mi sono iscritta a Twitter ormai 5 anni fa, in un pomeriggio di febbraio del 2010. Fino ad allora ero sempre stata una “facebookiana” convinta, quindi so che potete immaginare il mio stupore alla vista di TL, HT e dei nick preceduti dalla @.

Tempo 1 settimana, infatti, finì la mia avventura nel “regno dell’ uccellino blu”. Anzi, vi dirò di più, me ne dimenticai completamente. Fino al febbraio 2012 quando, complici Sanremo e uno smartphone, ho scoperto questo mondo che mai avrei immaginato potesse esistere.

E’ stato un percorso non facile, per quanti sforzi facessi mi sembrava di non capire mai del tutto come funzionava: chi seguire, cosa scrivere, come fare per essere seguiti. Sembravano tutti più bravi e più intelligenti di me e, con il carattere che mi ritrovavo, non era difficile sentirmi inadeguata anche su Twitter. Avevo un timore reverenziale verso tutti: all’epoca interagivo tanto, ma solo perché i miei 140 caratteri sembrava fossero stati scritti da un fantasma e, chiacchierona come sono, era l’unico modo che avevo per farmi “conoscere”.

Oggi è facile, in poche battute, raggiungere millemila follower, per questo non stupitevi se vi dico che quando, nel marzo 2013, sono arrivata a quota 1000 (capite che ci ho messo 1 anno???) ho pianto per la gioia. Non avrei vinto nulla. Non sarebbe cambiato nulla. Ma era un traguardo (per me) e lo avevo tagliato. E neanche così è stato tutto in discesa. Sono dovuti passare altri 9 mesi (un parto praticamente) per arrivare ai tanto sospirati 2000 follower (oh, quando mi sono iscritta io era la quota minima per contare… un cazzo, come al solito). Eppure…

…eppure, a quella soglia, da fantasma di te stesso ti ritrovi ad essere quasi “famoso” e in men che non si dica (1 anno circa) arrivi a 10000 follower senza neppure sapere perché. Sei sempre la stessa persona, scrivi sempre le stesse cose… eppure quel numero (che non interessa a nessuno e che tutti tengono sotto controllo) sembra influenzare l’andamento dei profili. E così, scrivi sempre le stesse cose solo che, adesso, da 0 RT e 0 stelline, passi inspiegabilmente ad avere un numero di notifiche che… addio vita privata, amici in carne ed ossa, film, libri, ecc…

Ad un certo punto, entri così tanto nel meccanismo da diventarne parte integrante. O almeno è quello che è successo a me. Perché se ti ritrovi dopo varie vicissitudini (perché dire che stavi con uno stronzo pare brutto) a non avere più una vita sociale, il Social ti viene incontro, ti circonda, ti regala sorrisi, amici, amore… il tutto comodamente seduta sul divano di casa.

E così piano piano, senza accorgertene ne diventi praticamente “schiava”.

E’ difficile da ammettere, ma la dipendenza da smartphone esiste. E io ne ho le prove (citando un mio carissimo amico). Da un giorno all’altro mi sono ritrovata a farmi gestire la vita dal telefonino. L’ho voluto io, ne sono ben consapevole, altrimenti non avrei la lucidità per raccontarvelo. Eppure quello che all’inizio sembrava un gioco, un passatempo, è finito con il diventare la mia vita.

Perché la solitudine fa male, molto. E se non sei forte abbastanza per gestirla ti isola ancora di più, ti rende davvero sola. Ma nella mia testa io non ero mai sola, perché c’erano gli amici di Twitter a farmi compagnia. Che nel frattempo erano in ogni dove: Facebook, Whatsapp, Kik, Instagram… In ogni social un contatto, in ogni app un momento per non stare mai sola. E più cresceva la mia cerchia di “amici virtuali”, più diminuivano i contatti con la “vita reale”. Più aumentavano follower, retwitt e stelline, più diminuivano i miei momenti di aggregazione all’esterno.

Ho smesso di cucinare (e di conseguenza mangiare, salvo quando andavo al ristorante), di leggere, di andare al cinema, di guardare film alla tv, di dormire, di studiare e se avessi potuto avrei anche smesso di lavorare (che i clienti mi distraevano troppo dall’ultimo fenomenale HT del giorno, dall’ultimo catfight in corso… e vabbè non credo serva aggiungere altro). Ero sempre nervosa, sempre in ritardo… il telefono era diventato il prolungamento del mio braccio. E guai a chi osava solo sfiorarlo. Guai a trovarmi in un posto che non aveva almeno una spina per poterlo ricaricare…

Due anni. E sì che mi sono innamorata, divertita, arrabbiata, ho conosciuto persone fantastiche, ho trovato amicizie che vanno al di là dello schermo, nonostante tutto, nonostante la distanza… Due anni. E poi un giorno ti guardi dall’esterno, ti guardi come fossi tu, lo spettatore della tua vita, e ti sembra di guardare una di quelle persone che vivono attaccate ad una macchina, una di quelle persone che sono costrette a comunicare con gli occhi, a scrivere con gli occhi… Ti guardi e ti domandi quanto tempo sia passato senza che tu neanche te ne stessi rendendo conto…

E ora vi domanderete perché tutto questo? Cosa c’entra con la domanda iniziale?

Niente. O forse tutto.

Perché io ce l’ho fatta ad uscirne. E non ho dovuto nemmeno disattivare il profilo o cancellare le applicazioni dal cellulare.

Ci sono riuscita restando ferma un giorno con la macchina in mezzo “al niente della Calabria” (ovviamente non si tratta di un’offesa, altrimenti non mi sarei trovata lì). Senza telefono, senza navigatore, senza Twitter o Whatsapp, ma con gli occhi puntati sul più bel tramonto mai visto in vita mia. Uno di quei tramonti che a pensarci ora mi si stanno riempiendo gli occhi di lacrime. Un tramonto che gli occhi me li ha aperti davvero e mi ha fatto capire che stavo rinunciando a me stessa, mi ha fatto capire che la solitudine non la stavo combattendo, la stavo alimentando.

Oggi continuo ad usare Twitter (e gli altri Social in generale), ma sono io appunto che uso loro e non il contrario. E anche se questo da una parte mi ha portata a non essere sempre presente, ad aver meno da scrivere, dall’altra mi ha regalato il piacere di una chiacchierata con gli occhi all’interlocutore e non al telefono, mi ha dato serenità, mi ha dato la possibilità di ritrovare persone, gesti, momenti per me che avevo abbandonato o perso del tutto.

E anche se a volte il telefono si scarica mentre sono in giro, sticazzi no?

 

Vostra

Cucciola

 

Su Twitter non ci sono regole, ma le rispetto tutte.

Una frase un po’ bizzarra penserà qualcuno.

Già, perché in effetti su Twitter non ci sono regole da rispettare.

Almeno all’apparenza.

Ogni giorno almeno in una decina di tweet vengono “dettate leggi” su cosa si può o non si può fare, su cosa si può o non si può scrivere. Salvo poi non essere rispettate neppure da chi le ha proposte. Ma questo è un altro discorso.

A volte penso che la colpa sia mia, che non sono in grado di evolvermi, di accettare i cambiamenti.

Io la chiamo coerenza, ma siamo sul Twitter, sicché…

 

Ecco quindi il mio “Regolamento”, basato sulle regole non-scritte da voi proposte e da me, da sempre, rispettate.

 

1. NON SI RETWITTANO #FF E COMPLIMENTI.

La madre di tutte le regole. Qualche volta ho ceduto anch’io (credo di averlo fatto 3 volte in 3 anni ed è sempre seguito tweet di giustificazione).

 

2. SI RETWITTA IL TWEET, NON LA PERSONA.

Ma chi è qui da qualche anno se lo ricorda quanto era difficile ottenere un RT? Se tutto andava bene per fare 50 RT dovevi sudare almeno 7 camice e firmare assegni per un mese.

Per carità, mi rendo anche conto che è aumentato il bacino di utenza e il fatto che oggi sia possibile retwittare più volte lo stesso tweet, ma questo non giustifica, a mio parere, i vari 500/800/1000 RT che ogni frase ottiene in pochissimo tempo.

 

3. NON SI RISPONDE AI PROPRI TWEET.

Pratica demonizzata da molti e utilizzata da tutti (o quasi). Dal momento che da solo non mi posso retwittare, dopo qualche ora, giorno o mese, rispondo ad un mio tweet, senza peraltro aggiungere nulla, per rimetterlo in circolo in TL ( time line, per i “non addetti ai lavori”)

 

4. NON LINKARE I PROPRI TWEET.

Come al punto 3, ma con stile.

 

5. NON CITARE.

A meno che non stiate seguendo un profilo con lucchetto, qualcuno può spiegarmi il senso di citare e non retwittare un tweet?

 

6. NON COPIARE.

Stenderei un velo pietoso sull’argomento.

Salvo sottolineare che, se qualcuno vi fa notare che avete copiato un tweet, sarebbe buona educazione: a. chiedere scusa, b. cancellare il tweet, c. retwittare il tweet copiato.

 

7. LE CITAZIONI RICHIEDONO LE VIRGOLETTE.

È troppo chiedere di virgolettare una citazione? Bukowski, Wilde, Merini etc, etc chi più chi meno li abbiamo letti tutti. O veramente pensate che ci sia qualcuno che creda che dalle loro tombe siano venuti a copiarvi?

Tranne in un ormai famoso caso, il resto è solo una grandissima figura da niente.

 

8. SE NON HO NIENTE DA DIRE STO IN SILENZIO.

Così di norma. Ma in realtà perché stare zitti? Si può sempre cancellare un tweet e riproporlo. Si può sempre prendere un tweet, cambiare l’ordine di soggetto, predicato e di una virgola e riproporlo. E chi più ne ha più ne metta. Si dovessero mai dimenticare di noi.

 

“Le parole, non supportate da fatti, hanno poco valore”.

È ciò di cui parliamo di continuo. È ciò che non facciamo mai.
PS: aggiungo questo post scrittum, oggi 16/01, perché ci tengo a sottolineare che queste “regole” non le ho scritte perché devono essere applicate. Questi, lo ribadisco, sono gli ammonimenti che spesso compaiono nei nostri tweet, ma non trovano poi riscontro nei fatti.

NB: riferimenti a fatti o persone sono realmenti accaduti. Chi si sentisse toccato da ciò che scrivo può rivolgersi direttamente a me oppure può defollowarmi.

 

Con affetto

vostra Cucciola

Grazie…

Scrivo ora, che nessuno se ne accorge. Perché faccio tanto il “Cobra” e la “Sciroccata”, ma sono più “Cucciola” di quel che sembra. E ho già iniziato a piangere (non lo facevo da settembre) perché a quest’ora, come per magia, mi passa davanti agli occhi il mio 2014. Come una sorta di video, ma non di quelli che commuovono il web, non esageriamo.

Un pianto di quelli che liberano e fanno male insieme. Un pianto che mi ricorda ogni volta chi sono e la fatica che faccio per “essere”.

E siccome non mi piace annoiarvi, concludo solo dicendovi GRAZIE. Per avermi sopportatata, supportata, delusa e amata. GRAZIE a ognuno di VOI (ed è superfluo far nomi) per il modo in cui avete imparato a volermi bene. E soprattutto GRAZIE per il modo in cui mi avete insegnato a volermene.

Che sia amore, denaro, felicità, salute oppure, più venalmente, il cazzo o la figa (così parliamo la stessa lingua) quello che desiderate, spero che abbiate sempre la voglia e la forza di raggiungere i vostri obiettivi.

Buon 2015 a tutti voi.

Con affetto.

Michela.

IMG_20141122_115457

Immagine

Torno. Ne ho le bozze piene.

Ci sono giorni in cui le parole diventano troppe. E urlano.
Vorrei far cessare quel rumore, urlando più di loro. Invece no. Mi fermo. E aspetto che da sole finiscano di rincorrersi e gridare, proprio come fanno i bambini al parco. Ché a nulla servirebbero le raccomandazioni di una madre.
Ecco. Così.
Mi siedo su una panchina a ridosso del fiume e osservo le mie parole. I loro giochi. Il loro scalpitare.
Le accarezzo con gli occhi. In attesa che, stanche del loro incedere, tornino a farsi sistemare e a camminare accanto a me.

Oggi è una giornata fredda per rimanere seduta al parco. Tendo la mano. Le parole si fermano.
“Arriviamo”.

Ora possiamo tornare a casa. Ché di parole, ne ho le bozze piene.

Voci precedenti più vecchie